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Quinn R. Conners, O.Carm.

La forma più radicale di obbedienza che la Bibbia ci presenta è l'ascolto fedele alla voce di Dio, che ci raggiunge attraverso la comunità, attraverso coloro che ci istruiscono o ci guidano e anche attraverso gli eventi della storia. In Dt 6, 4-9 troviamo l'espressione perfetta della virtù biblica dell'obbedienza: "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte".

Si tratta del famoso Shemà, il credo di Israele, che racchiude in sé il concetto tipicamente giudaico di come la vita di ogni ebreo credente sia totalmente centrata in Dio. Tale è la convinzione di Israele della presenza amorosa di Dio nella storia, tale è il suo coinvolgimento nella realtà di Dio, che l'unica risposta possibile è quella di un'obbedienza piena di rispetto e di un'apertura confidente alla direzione che l'amore di Dio imprime alla vita di ogni giorno.

Anche dall'esperienza che vivono i più grandi personaggi dell'Antico Testamento percepiamo che l'obbedienza rimane comunque una grande sfida; accanto a scelte di radicale obbedienza, possiamo scorgere in loro anche la confusione o addirittura la rabbia nei confronti delle vie misteriose di Dio. Così quello stesso Mosè, che, pieno di timore, si toglie i sandali davanti alla presenza di Dio che gli era apparso nel roveto ardente, si mostra pieno di rabbia davanti alla stoltezza del popolo di Dio e davanti alle sue vie così sconcertanti, tanto da distruggere le tavole della Legge. Anche il salmista, che, attraverso la lirica della sua poesia, canta le lodi della potenza creatrice di Dio e della sua grandezza, giunge ad esprimere anche la sua rabbia e frustrazione davanti alle richieste di Dio. Il profeta Geremia, che parla di Dio come di un fuoco acceso dentro le sue ossa, arriva poi a chiamarlo torrente infido, che scorre nel deserto solo per evaporare nell'aridità. Ci rendiamo conto che l'obbedienza è un'esperienza molto umana, che abbraccia molteplici dimensioni.

Nel Nuovo Testamento è Gesù che incarna l'espressione più completa e piena dell'obbedienza; lui conosceva bene la potenza della fede biblica. Gesù era il Figlio unigenito, ricolmo della presenza dello Spirito santo e nel quale Dio stesso dimorava; lo vediamo spesso mettersi alla ricerca di tempi e luoghi per godere di una profonda comunione col Padre suo, il suo "Abbà". Nel Vangelo di Giovanni in particolare Egli più volte ci lascia questa testimonianza: "Io conosco il Padre e il Padre conosce me". Eppure prima del compimento pieno del mistero della sua passione e morte, anche Gesù ha bisogno di imparare l'obbedienza e di diventare il Figlio obbediente di Dio; anche Lui deve lottare contro il buio della tenebra e del silenzio di Dio, fino a gridare: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Sal 21, 1).

Gesù dovette lottare per rimanere fedele al Padre suo: "Sebbene Figlio di Dio, egli imparò l'obbedienza dalle cose che patì" (Eb 5, 8); ha avuto bisogno anche Lui di molta preghiera per uscire vittorioso (Eb 5, 7; Lc 22, 41-46) e davvero non rimase sconfitto. A nessuna persona, a nessuna autorità fu mai dato, in alcun momento, di poter interferire in questo profondissimo segreto di Gesù; coloro che hanno tentato di farlo, si sono scontrati con un muro impenetrabile. Gesù è stato obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2, 8).

La comunione fra Gesù e il Padre non era automatica, ma è stata il frutto di quella battaglia interiore che egli ha voluto condurre, per obbedire al Padre in ogni cosa e per essere costantemente unito a Lui. "Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto" (Gv 5, 30). "Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre" (Gv 5, 19). Ma in che modo e quando Gesù poté vedere e udire ciò che il Padre voleva da Lui? In che modo la volontà del Padre si manifestava a Gesù?

Prima di tutto Gesù poté scoprire la volontà del Padre nella sua condizione di povertà; ciò che per alcuni non era altro se non una condanna del destino, per Gesù era la manifestazione del volere del Padre. Gesù aveva preso la decisione di continuare a rimanere dalla parte dei poveri e questo perché, in quanto Figlio, voleva essere obbediente fino alla morte e alla morte di croce.

In secondo luogo Gesù poté scoprire il volere del Padre nelle sacre Scritture e nella storia del suo popolo; Egli, infatti, scrutava le Scritture, considerandole la vera fonte dell'autorità (Lc 4, 18). Per realizzare la sua missione di Messia, Egli si rifaceva alle profezie del servo del Signore e del Figlio dell'uomo (Mc 1, 11; 8, 31). Sempre dalle Scritture Egli trasse le risposte con cui controbattere alle tentazioni che incontrava. "Io non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo" (Gv 8, 28). La buona novella del regno era e continua ad essere, prima di ogni altra cosa, il volto del Padre, che si rivela agli uomini e in modo particolare ai poveri.

Emerge, così, che l'obbedienza biblica si realizza e si conquista all'interno delle scelte della vita concreta. Tutto entra in campo: sofferenze, speranze infrante, aridità spirituale, ma il popolo della Scrittura rimane saldamente ancorato alla fede nella realtà della presenza di Dio all'interno della storia e in particolare della propria storia.

Anche i Carmelitani, vivendo il loro voto, entrano nell'alveo di questa grande tradizione biblica di obbedienza. Però, se l'impegno a vivere un'obbedienza assoluta a Dio è radicato nella chiamata universale, valida per tutti i cristiani battezzati, per i Carmelitani che scelgono la vita religiosa, il voto di obbedienza assume anche un altro aspetto; viene cioè a porre il loro totale impegno nei confronti della volontà di Dio, anche all'interno di un contesto di comunità, cioè di una fraternità, che desidera camminare dietro le orme di Gesù Cristo.

I capitoli 17 e 18 della Regola mostrano in che modo l'obbedienza debba essere concretizzata al Carmelo; Alberto fa riferimento alla figura del priore, che già aveva presentato al capitolo 1, anche se solo a livello di struttura, col compito di vigilare sul buon andamento della comunità. In questi capitoli conclusivi, invece, sia il priore che la comunità sono chiamati a scoprire Cristo "nel seguire ed operare in obbedienza". Alberto ci raccomanda, così, di porre Gesù Cristo come unico punto centrale della nostra vita. Rimanere nelle nostre celle significa rimanere attaccati alla vite; imparando a non tenere nulla per noi stessi e a mettere ogni cosa in comune, giungiamo a fare esperienza di come Gesù non avesse un luogo dove posare il capo; celebrando insieme l'Eucaristia, noi veniamo trasformati in pietre vive, unite a Cristo, che è la pietra angolare e quando ci raduniamo insieme per il capitolo e la correzione fraterna, allora Egli è in mezzo a noi. In ultima analisi, vivendo in questo modo, noi siamo obbedienti allo Spirito di Cristo, che si manifesta nella nostra vita, nelle nostre comunità e in coloro che le guidano.

A livello umano il voto di obbedienza suscita la questione su come noi usiamo del nostro potere e della nostra libertà, sia a livello comunitario che personalmente. L'ultima metà del XX secolo ha visto il disgregamento di una società di tipo patriarcale, come è apparso evidente negli anni '60 e '70, teatro della rivolta studentesca, o col nascere dei mercati comuni in molti paesi occidentali, col rovesciamento dei regimi coloniali, militari o in qualche modo repressivi, oppure anche col sorgere del femminismo. Allo stesso tempo, questo periodo storico è stato testimone di un individualismo esagerato e di un'auto-affermazione ossessiva, specialmente nell'emisfero occidentale, che ha fortemente influenzato molte zone del resto del mondo.

Questi fattori storici e culturali influenzano anche la nostra comprensione e il nostro modo di esercitare l'autorità, come anche la sfera politica della vita, che viene interessata dal voto di obbedienza. Quando ci impegniamo a vivere questo voto, veniamo messi a confronto con le stesse domande a cui tutti gli esseri umani devono saper dare una risposta. Ad esempio: che tipo di autorità posso esercitare sugli altri? E in quale misura posso mettere dei freni allo sforzo e all'impegno di tutti? Quale contributo do alla società e alla mia comunità? Quanto sono autorevole nel determinare le scelte fatte insieme e le direzioni da prendere? Se queste domande interessano tutti i cristiani allo stesso modo, ciò che cambia è il contesto entro cui dare una risposta; infatti per i religiosi il contesto è la comunità nella quale essi vivono e sono impegnati.

Lunga Autunno Tempo Fashion Elegante Giubotto Swag Grau Bavero Button Monocromo Streetwear Giovane Donna Outwear Manica Saoye Coat Libero Cardigan Professando il voto di obbedienza, i religiosi affermano di voler mettere la loro autorità a servizio del dialogo con gli altri, nella ricerca della volontà di Dio. Tale autorità è autenticamente umana ed efficace quando si pone in ascolto e quando spinge ad agire in accordo con le ispirazioni personali che vengono da Dio. Attenzione: vari sono i mezzi attraverso cui Dio manda le sue ispirazioni. In definitiva l'obbedienza vera si realizza attraverso l'ascolto meditativo della Parola di Dio e la contemplazione dei segni della sua presenza nel nostro mondo, ma sempre rimanendo in comunione coi nostri fratelli e le nostre sorelle nel Carmelo e con coloro che noi stessi abbiamo scelto quali guide della comunità.

In primo luogo l'obbedienza richiede una continua consuetudine con la Parola di Dio. Una riflessione individuale e comunitaria sulle Scritture fa comprendere come Dio abbia agito nelle comunità giudeo-cristiane del passato; esse ci rivelano in che modo Egli abbia comunicato col suo popolo e ci offrono validi criteri per saper scorgere anche oggi la presenza di Dio in mezzo a noi. Dobbiamo giungere a conoscere le Scritture sia con la mente che con il cuore, per poter conoscere la mente e il cuore di Dio.

In secondo luogo la volontà di Dio si fa presente attraverso i segni dei tempi. Occorre che impariamo a meditare la Parola immergendoci nel nostro contesto reale, perché solo così scopriremo il vero volere di Dio. Dobbiamo riuscire a mettere in dialogo le circostanze storiche che viviamo con le Scritture, per comprendere a cosa siamo chiamati attraverso l'obbedienza. Tali circostanze storiche si dispiegano a livello individuale-personale, apostolico, a livello della comunità locale o provinciale, o ancora a livello del superiore locale o provinciale e infine anche al livello più ampio della società. A seconda della situazione che viviamo, può capitare che l'una o l'altra di queste aree richieda maggiore o minore attenzione da parte nostra in un determinato momento. È allora che l'obbedienza si fa più esigente e il discernimento della volontà di Dio richiede maggiore disciplina e umiltà.

In terzo luogo l'obbedienza va vissuta in un dialogo aperto con la nostra comunità e il nostro superiore. Sappiamo quanto sia fondamentale per il carisma del Carmelo la chiamata alla vita comunitaria e fraterna; perciò ancora di più siamo convinti che lo Spirito di Dio soffi attraverso la voce della comunità intera e di chi è stato posto alla sua guida. Qualsiasi discernimento della volontà di Dio deve necessariamente includere il nostro ascolto di queste due realtà. Inoltre l'obbedienza religiosa può diventare veramente una testimonianza evangelica, se riusciamo a comprendere il tipo di autorità che essa porta in sé e il modo in cui incarnarla nelle nostre strutture di governo. Molte comunità, specialmente fra le congregazioni femminili, si stanno adoperando per creare strutture più partecipative; così vedono la luce modelli nuovi, che includono componenti quali gruppi regionali che si incontrano regolarmente, capitoli in cui tutti i membri hanno possibilità di partecipare attivamente, equipe capaci di avviare nuove strutture decisionali più aperte e di collaborazione. Non siamo più di fronte al modello patriarcale o gerarchico di autorità o potere, ma a modelli nuovi, diversi, più partecipativi, che insieme al potere collettivo della comunità, stimolano anche la capacità di ogni membro nel discernimento della volontà di Dio.

All'interno di tali modelli, essere chiamati alla guida di una comunità significa veramente essere chiamati a un servizio (cfr. Lc 22, 26-27), nel quale si richiede la capacità di saper gestire la complessità della vita religiosa, l'abilità di attirare l'attenzione della comunità su obiettivi condivisi da tutti, capaci di unificare gli sforzi individuali seguendo l'ispirazione data dalla provincia e dalla comunità locale, insieme alla capacità di suggerire e formulare strategie per il conseguimento di tali obiettivi. Tutto questo suppone anche la capacità di individuare quali sono le strutture di base, i modelli e le energie da impiegare per poter progredire da un punto a un altro.

Infine l'obbedienza nasce da un serio impegno nel vivere l'unione d'amore con Dio; tale unione diventa il terreno fertile su cui si fondano tutte le nostre scelte, le quali, a loro volta, ci uniscono ancora più profondamente a Dio. Quanto più viviamo la nostra comunione con Dio in modo consapevole e forte, tanto più cominceremo a vedere con gli occhi stessi di Dio e a cercare la verità nell'amore. Può succedere che in date circostanze ci sia una sola possibilità di scelta per noi, ma in altre situazioni possiamo trovarci di fronte a varie possibilità. Non si verifica sempre il caso in cui ci sia una sola scelta, migliore di tutte le altre e neanche il caso in cui Dio abbia già giudicato ciò che noi dobbiamo fare. Cercare la volontà di Dio, obbedire a Dio significa, per noi, saper fare le scelte più piene d'amore e saper prendere le decisioni più piene d'amore in ogni momento della nostra vita. E, in una visuale più ampia, l'obbedienza non si caratterizza tanto dalla scelta che noi facciamo, ma dalla motivazione e dal modo in cui noi scegliamo una determinata cosa.

Per noi Carmelitani, che camminiamo sulle orme di Gesù Cristo, l'obbedienza dovrebbe essere una guida sicura verso quella libertà vera, che ci rende capaci di scegliere la vita come Gesù stesso ha fatto. Qualunque fossero le circostanze in cui Egli veniva a trovarsi - la festa di nozze a Cana, l'incontro con la Samaritana al pozzo, la morte del suo amico Lazzaro o la sua stessa morte - Gesù ha sempre scelto la volontà del Padre suo, anche quando non riusciva a comprenderne appieno il senso. Il contesto entro il quale noi ci poniamo alla ricerca della volontà di Dio, deve essere essenzialmente contemplativo; dobbiamo, cioè, essere capaci di porci in un atteggiamento di ricerca, di domanda, di ascolto e di preghiera che ci trasformi dal di dentro. Le sollecitazioni dello Spirito dentro di noi, la comunità, l'autorità, le persone che noi serviamo e il tempo storico in cui viviamo, dovrebbero portarci a sviluppare una più grande generosità e alla libertà di testimoniare con franchezza la presenza amorosa di Dio nel nostro mondo.

Come Carmelitani, viviamo in ossequio di Gesù Cristo e lo serviamo fedelmente con cuore puro e retta coscienza, impegnandoci nella ricerca del volto del Dio vivente (dimensione contemplativa della vita), nella preghiera, nella fraternità e nel servizio (diakonia) in mezzo al popolo, sotto la protezione e la guida della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo che onoriamo come Madre e Sorella. Questi tre elementi fondamentali del carisma non sono valori separati o senza connessione, bensì strettamente legati l'uno all'altro.

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